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Magnifica Comunità
di Fiemme

Il Palazzo, Museo Pinacoteca

Magnifica Comunità
di Fiemme

Il Palazzo, Museo Pinacoteca

Storia

Le attività del passato

Quando si nomina la Valle di Fiemme, oggi, il pensiero va soprattutto a due attività attorno alle quali ruota buona parte dell'economia: il turismo e la lavorazione del legname; anzi, con quest'ultima viene quasi identificata la Comunità di Fiemme con i suoi 110 kmq di territorio coltivato a bosco.

Ma parlando delle attività del passato, dobbiamo pensare a tutti quei lavori indispensabili per la quotidiana sopravvivenza in una valle montana, distante circa due giorni di cammino dalla città (Trento o Bolzano), lontano dalle grandi vie di comunicazione (soprattutto il fiume Adige), in cui il prezzo delle merci d'importazione, in particolare vino e granaglie, lievitava sempre più con l'aumentare della distanza.

Le attività predominanti erano indubbiamente, e lo sono state fino al secolo scorso, l'agricoltura e l'allevamento. Oggi dobbiamo fare un notevole sforzo mentale per raffigurarci i ritmi e i tempi di lavoro degli antenati, chini a dissodare il terreno sempre magro, per ricavarne segale, orzo, avena, una qualità di frumento adatta alle quote elevate, grano saraceno, miglio, panìco; e poi rape, cavoli e, molto più vicino a noi, la patata. Sempre sperando nel buon Dio, perché la stagione fosse clemente: quante volte si legge tra le righe nei documenti la disperazione per il raccolto andato a male o per la tempesta, o per la siccità, o per le gelate, o per qualche sconosciuto insetto.

L'allevamento del bestiame consentiva la produzione di latte e carne e dei loro derivati sia ad uso familiare che per un certo commercio con la Valle dell'Adige; ad esso erano collegati l'alpeggio, la fienagione e la pastorizia che costituivano per questa economia di sussistenza una voce d'entrata ben superiore a quella dei lavori boschivi. Infatti solamente con la fine del Quattrocento inizia in grande il taglio e il commercio del legname, per lo più in mano a imprenditori e mercanti extravalligiani; ma prima di esso e poi con esso ebbe sempre grande valore, dimenticato dai nostri storici, il commercio della lana e della carne.

Purtroppo non si hanno dati numerici per il lontano passato, ma l'ampio spazio dato nei documenti della Comunità e delle singole regole all'aspetto temporale che determinava i periodi del pascolo, della segagione, del ròtolo per l'alpeggio, nonché la accanita difesa delle montagne usate a questo scopo, ci fanno capire l'importanza vitale dell'allevamento.

Accanto a queste due attività primarie, l'agricoltura e l'allevamento, che fornivano direttamente il cibo e indirettamente un po' di denaro (o di merce per il baratto), vi erano una serie di lavori, oggi definiti artigianali, di supporto ai due precedenti, in quanto fornivano l'attrezzatura necessaria al loro proficuo svolgimento o ne consentivano un adeguato utilizzo. Si trattava principalmente dei seguenti lavori: mugnaio, fabbro e maniscalco, falegname e carpentiere, scalpellino e muratore, tessitore e sarto, calzolaio e conciapelli, carradore e tornitore, boscaiolo e segantino. Ma anche chi li praticava, ricavandone il necessario per vivere, spesso pagato in natura, si preoccupava di possedere campi, prati e bestiame; anche nelle case dei notai, solitamente al vertice della scala sociale per ricchezza, c'erano stalla e mucche.

Tra le attività da considerarsi marginali, in quanto occupavano saltuariamente poche persone anche se potevano costituire un'entrata discreta per alcune famiglie, non si devono dimenticare quelle della pesca e della caccia. La possibilità di esercitare quest'ultima costituiva una forte attrazione per molti nobili e forse era il motivo principale per cui alcuni dei principi vescovi di Trento trascorrevano un periodo d'estate nel palazzo di Cavalese.

Non si devono scordare poi i tanti e gravosi lavori riservati per tradizione alle donne: da quello degli orti e dei campi alla tessitura, dalla cura dei bambini alla preparazione dei pasti quotidiani, dalla tenuta della casa alla mungitura in stalla; lo sforzo comune in famiglia era necessariamente quello di giungere all'autosufficienza, evitando per quanto possibile il ricorso al lavoro dell'artigiano e limitando al massimo gli acquisti. Ad aggravare una situazione economica già precaria, contribuivano purtroppo tutte le varie forme di imposizione a carico di molti terreni, sia arativi che prativi: le romanìe vescovili o le decime sui novali (terreni dissodati e messi a coltura), i diritti feudali (spettanti al Castello di Enn e ai Firmian) o gli affitti in contanti e in natura (spettanti alle varie chiese e confraternite) non tenevano conto della cattiva stagione e bastava una grandinata per indebitarsi e finire in miseria. Non è difficile comprendere che in questa precaria economia agro-silvo-pastorale le condizioni igienico-sanitarie erano assai precarie (fatto comune a tutte le popolazioni di quei secoli, anche a quelle di città): la mortalità infantile era elevatissima e la media della vita era di un buon ventennio inferiore a quella attuale.