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Magnifica Comunità
di Fiemme

Il Palazzo, Museo Pinacoteca

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di Fiemme

Il Palazzo, Museo Pinacoteca

Approfondimenti

L’ultimo principe vescovo attacca il particolarismo di Fiemme

I tentativi dei principi vescovi di Trento di far decadere i privilegi fondamentali dell’antica Comunità di Fiemme continuarono fino alla fine del Settecento. Cristoforo Sizzo, principe vescovo dal 1764 al 1776, aspirò ad un livellamento del diritto dei sudditi operando, contemporaneamente, sul fronte dell’indipendenza dal governo asburgico. Con una serie di provvedimenti cercò di rendere più efficace il suo controllo sugli organi giurisdizionali delle comunità locali, revocando privilegi riservati ad alcune categorie di sudditi e, in valle di Fiemme, tentò d’inserirsi nell’elezione dello scario. Queste manovre, volte al rafforzamento del governo centrale a discapito delle spinte autonomistiche dei poteri cittadini e dell’indipendenza delle comunità territoriali, continuarono con il successore Pietro Vigilio Thun (1776-1800), ultimo principe vescovo di Trento. Dopo aver stipulato un importante trattato con l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che allineava il principato all’Impero in materia economica e militare, emanò una serie di provvedimenti che minavano i privilegi dei ceti nobiliari ed ecclesiastici e riducevano il potere del magistrato consolare e del capitolo della cattedrale.

Tra le iniziative del Thun volte a ridurre i particolarismi dei suoi territori si annovera lo statuto, emanato nel 1783, per ridimensionare l’autonomia della valle di Fiemme. Le disposizioni in esso contenute non rispettavano gli antichi privilegi ufficialmente riconosciuti sei secoli prima dai patti gebardini e successivamente confermati a più riprese da altri documenti. Il principe vescovo puntava, infatti, a rafforzare il suo controllo sui magistrati della valle, in particolare sullo scario, che non sarebbero più stati eletti liberamente dalla popolazione ma dall’autorità vescovile come per gli altri pubblici uffici del governo.

Per tutelare la propria indipendenza la Comunità incaricò un notaio, l’anaune Carlo Antonio Pilati, affinché vagliasse il testo giuridico e sviluppasse proposte integrative volte a confermare i privilegi di Fiemme. Il Pilati esaminò il nuovo statuto, ribadì le consuetudini fiemmesi, fondate sui patti del 1111, e rimproverò all’autorità di perseguire esclusivamente i propri vantaggi. Tutte le sue considerazioni vennero approntate in un’articolata e puntuale scrittura passata alla storia come “Eccezioni di Fiemme”. Una copia del suddetto documento venne inoltrata al principe vescovo, accompagnata da una trascrizione dei patti gebardini e delle riconferme postume. Alberto Vigilio Alberti, allora cancelliere aulico del principato, dopo aver ricevuto le Eccezioni con i relativi allegati convocò l’antica Comunità di Fiemme. Nessuna delegazione si presentò all’appuntamento ma l’ente inviò uno scritto in cui invitava il destinatario ad indicare quali aspetti delle consuetudini dovevano essere modificati. La questione si risolse favorevolmente per la Comunità che, ancora una volta, ormai al tramonto del principato, riuscì a farsi confermare i suoi privilegi secolari.

Bibliografia essenziale

DI SIMONE MARIA ROSA, “Diritto e riforme nel Settecento trentino”, in “Storia del Trentino, vol. IV – L’età moderna”, pp. 209-229, Bologna, 2000.
GIORDANI ITALO, “Storia di Fiemme del prof. Nicolò Vanzetta. Origini – 1815”, pp. 142-146, Trento, 2012.