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Magnifica Comunità
di Fiemme

Il Palazzo, Museo Pinacoteca

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Approfondimenti

Il villaggio scomparso del Doss Zelor

La frequentazione umana dei territori fiemmesi cominciò nel Mesolitico: circa 9.000 anni fa, infatti, l’uomo iniziò a penetrare nella regione alpina occupando le alte quote montane per scopi di caccia. Con l’affermarsi dell’agricoltura e dell’allevamento le montagne risultarono meno attraenti per via delle limitate possibilità sotto il profilo dell’economia di sussistenza. A partire dall’Età del Bronzo (fine del III millennio a.C.) tornarono ad essere frequentate le quote elevate non più per l’attività venatoria ma per il pascolo.

All’uso delle alte praterie si accompagnò la nascita di abitati, sempre più stabili ed estesi, nel fondovalle. Tra III e I secolo a.C. iniziò un lento e complesso processo di romanizzazione attraverso relazioni e scambi sia pacifici sia conflittuali. In questa fase si colloca l’origine di un piccolo villaggio al Doss Zelor, nell’attuale comune di Castello di Fiemme. L’area comprende la sommità del colle e la zona prativa del versante orientale per una superficie complessiva di 10 ettari di terreno. I reperti, databili prevalentemente tra il I e il V sec. d.C., raccontano la lunga vita di un insediamento, raro esempio di villaggio indigeno alpino scomparso, ma integro nella sua articolazione. Le case sorgevano spontaneamente, intersecate da campi e orti che ottimizzavano gli spazi aperti. Possiamo immaginare le abitazioni come dei masi, costruiti su zoccolo in pietra con alzati e coperture in legno.

Le strutture abitative erano complementari a costruzioni indipendenti e prossime, adibite a fienile e stalla. Gli ambienti domestici si alternavano agli spazi di deposito e lavoro. Tra questi la fucina di un fabbro, testimoniata da scorie di metallo, tracce di rocce vetrificate e carbone. Gli abitanti del villaggio dediti ad un economia di sussistenza si occupavano prevalentemente di agricoltura e allevamento. Tra la fauna prevalevano le specie domestiche (pecora, capra e maiale) ma sono documentate anche quelle selvatiche, cacciate occasionalmente. Dovevano essere coltivate leguminose e soprattutto cereali quali il miglio, la segale, l’orzo, il frumento e il panico. A queste attività si affiancava lo sfruttamento del legname per l’edilizia, per il riscaldamento e per gli scambi commerciali con le popolazioni della penisola. Tra i ritrovamenti risulta di grande interesse il tesoretto, costituito da 17 monete in argento di Gallieno, Claudio II il Gotico, Aureliano e Probo (coniate tra il 260-290 d.C.), occultato all’interno di un vaso a sua volta sepolto sotto il pavimento di una delle abitazioni. Verosimile pensare che il risparmiatore, sensibile alla crisi economica e all’inflazione del III secolo d.C., abbia sepolto il gruzzolo nella prospettiva di necessità. Non ebbe mai occasione di recuperarlo; difficile credere ad una dimenticanza ma piuttosto ad un avverso destino. La testimonianza materiale di maggiore interesse consiste nella stufa della casa conservata in via Dolomiti (nella foto), archetipo delle stufe in sassi e calce che verranno introdotte nel mondo contadino trentino soltanto verso la metà del XV secolo.

Bibliografia essenziale

CAVADA ENRICO, “Doss Zelor: un villaggio alpino di età romana. Appunti per una lettura”, Palazzi aperti. I Municipi del Trentino per i Beni Culturali. 18 maggio 2007, Comune di Castello-Molina di Fiemme, 2007.
CAVADA ENRICO, “Castello di Fiemme: a margine di cose e di uomini”, in M. FELICETTI, “La sfida e la festa”, Trento, 2007, pp. 17-33.